Osservatorio Astronomico Sormano - Sormano (CO) Italy

Un Italiano sulla Luna!

Michael Collins, uno dei tre astronauti a raggiungere la Luna durante la storica missione Apollo 11 del luglio 1969, è venuto a mancare il 28 Aprile 2021.
Quel giorno di 52 anni fa, mentre Neil Armstrong e Buzz Aldrin scendevano per la prima volta sul suolo selenico, a Collins toccò l’arduo compito di mantenere in orbita lunare il Modulo di Comando (Columbia), pronto a raccogliere il Modulo di Ascesa (Aquila). Un ruolo scomodo toccato a un ristretto numero di astronauti: quella piccola elite di anti-eroi selezionata dopo anni di addestramento e finalizzati al traguardo ultimo: raggiungere la Luna, percorrere 380'000 km a bordo del più potente veicolo mai realizzato .... e poi fermarsi in orbita lunare, attendere che i compagni di viaggio concludano la missione al suolo, perchè quando il gioco si fa duro, i duri cominciano a giocare.

Pochi lo sanno, ma Collins nacque a Roma nel 1930 quando il padre lavorava per l’ambasciata americana: a 33 anni fu selezionato nel terzo gruppo di astronauti della NASA e nel 1966 volò sulla Gemini 10 insieme a John Young (che poi fu il nono uomo a camminare sulla Luna), raggiungendo la quota record di 764 km: nell’occasione effettuò ben due passeggiate spaziali (EVA) verso dei satelliti precedentemente messi in orbita onde provare le manovre di avvicinamento e aggancio fra veicoli spaziali in orbita come preparazione delle future missioni Apollo.

La sue capacità di pilotaggio furono subito riconosciute e fu pertanto scelto per la storica missione Apollo 8 che, nel dicembre 1968, avrebbe portato per la prima volta nella storia tre uomini in orbita lunare: una banale ernia lo costrinse alla defezione e il suo posto fu preso da James Lovell (costui poi comandò la sfortunata missione Apollo 13, diventando l’unico essere umano a effettuare due volte il viaggio verso la Luna senza raggiungerne il suolo).
“Per il dispiacere piansi come un bambino” confessò Michael Collins a Oriana Fallaci (vedi a questo link i suoi libri sulle missioni Apollo), ma un intervento chirurgico mise le cose a posto e l’anno dopo fu scelto per pilotare Apollo 11 e affiancare Armstrong e Aldrin nel ruolo più delicato e oscuro a bordo. “Per la gioia piansi come un bambino” confessò ancora. Era il migliore nel ruolo e il più esperto conoscitore della Columbia, che avrebbe aspettato Aquila nello spazio, impossibilitato a vedere il momento dell’atterraggio e costretto a noiosissime orbite intorno alla Luna. Quando Houston e il mondo intero gridavano di entusiasmo, lui mesto sospirò “Ehi, non dimenticatevi di chi è rimasto quassù!”.

Nel libro “La Luna di Oriana” la Fallaci ne descrive la frustrazione: “Sparì dall’altro lato della Luna, a volare solo in quel nulla fatto di silenzio. Per quasi un’ora non avrebbe potuto comunicare con nessuno, sapere ciò che accadeva ad Armstrong e Aldrin, dire quel che accadeva a lui, per esempio, se avesse potuto, dire l’invidia, la malinconia, che provava a pensare di non poter scendere sopra la Luna, lui: essere arrivato fin quasi a toccarla e non toccarla, girarci intorno e perdersi tutta la gloria, rendendosi conto che quando parlavano a lui era quasi per gentilezza, di lui non si curavano affatto o ben poco, tutta l’attenzione era per Neil e Buzz, e a lui era toccato proprio il lavoro peggiore: povero Mike..”

Dopo tre quarti d’ora dalla discesa di Armstrong, comparve nel firmamento lunare la Columbia e Mike chiese a Houston “Che succede laggiù?”. “Tutto bene” gli risposero e gli fecero rilevare ancora una volta al sua solitudine. “Mike, sei l’unica persona al mondo che non può godersi lo spettacolo di quei due sulla Luna”. Al che Collins rispose “Soltanto Adamo deve essersi sentito così solo, ma lui almeno era nel Paradiso Terrestre”.

Si deve considerare che, quando Collins orbitava sul lato nascosto dalla Luna, si trovava a circa 3'500 km dal più vicino essere umano (mai uomo fu più solo)!
Inoltre durante la permanenza sul suolo lunare dei due colleghi, la tensione a bordo della Columbia e a Houston era altissima: non era mai stato effettuato una ripartenza dal suolo lunare, il modulo di comando non era abilitato ad atterrare e lui non avrebbe potuto aiutare in alcun modo i colleghi in difficoltà. L’idea di tornare solo sulla Terra, avrebbe raccontato Mike, era agghiacciante e l’avrebbe sconvolto per la vita intera (come riportato nelle sue biografie): le procedure di emergenza prevedevano 48 ore di attesa prima della ripartenza in solitario verso la Terra! Ma tutto andò bene e tre ore dopo l’accensione, il modulo di ascesa agganciò la Columbia e Collins aprì il portellone accogliendo i due colleghi con le tute grondanti di polvere lunare. Nella sua biografia scrive: “Il primo che entrò è Buzz, con un gran sorriso stampato in faccia. Gli prendo la testa mettendogli le mani sulle tempie e sto per dargli un bacio in fronte, come il padre che accoglie il figlio smarrito; ma poi mi imbarazzo e ci ripenso, gli stringo la mano e poi la stringo a Neil. Ce ne stiamo lì un momento, a sorridere e ridacchiare per il successo ottenuto...”

In totale Mike Collins accumulò 264 ore di permanenza nello spazio; fra i tre dell’Apollo 11, fu quello che reagì meglio alla celebrità, anche perchè ne ebbe meno degli altri: dopo la mitica avventura, lasciò i voli spaziali e divenne direttore del National Air & Space Museum, e vicepresidente di una società areospaziale. Famose le sue parole “Noi tre dell’Apollo 11 siamo nati tutti nel ’30 e siamo sopravvissuti a carriere pericolose. Ma almeno nel mio caso, è stata una pianificazione accorta del 10 per cento e frutto per il 90 di una fortuna cieca. Perciò scrivete sula mia lapide LUCKY”.

Da qui si evince la modestia di un indimenticalbile protagonista dell’esplorazione spaziale: ma spesso la fortuna si manifesta quando il talento incontra l’opportunità.
A lui è dedicato il piccolo cratere Collins, il centrale di un gruppo di tre battezzati con i nomi dei membri dell'equipaggio dell'Apollo 11 e situato a 25 km dal sito dell’allunaggio.

Michael Collins: LUCKY man

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